Pensieri, emozioni...ricordi... Un modo per raccontarmi e lasciare un segno... Naufragata da Splinder e da Iobloggo, ora mi fermo qui...
sabato 28 marzo 2020
Respiro
Respiro
un alito
di freddo
nel
vento funebre
che agita
fantasmi
su
ombre lunghe di ricordi.
Rivedo i tuoi occhi,
sotto
quella maschera
e il
respiro,
uno
spasimo,
fame d’aria
fame d’aria
da quel residuo
di vita.
E come
allora
il
respiro
è ancora angoscia
è ancora angoscia
che si
espande
al
suono di campane
e
continua a pregare.
R.M. 27/03/2020
venerdì 27 marzo 2020
mercoledì 18 marzo 2020
Compleanno al tempo del coronavirus
Pensosa
mi arresto
davanti al nemico
invisibile,
microscopico,
globalizzato.
E’ il mio compleanno!
Abbracci
virtuali ,
auguri a distanza,
tra le quattro pareti,
connessa col mondo,
in un silenzio d’attesa.
Ho tutto il tempo
per immaginare pensieri
che sfilacciano l’anima,
in stagioni stravolte
da inverni senza neve
e smarrite primavere.
Risuona l’eco del mio ieri,
nelle
allegre voci di bambini,
nei racconti di mostri paurosi
dal finale sempre meraviglioso.
E’ un giorno di sole senza nubi,
ma l’aria è gravida di incubi,
apro una finestra per cornice
e dipingo arcobaleni di speranza,
io sto a casa e rispetto l’ordinanza.
R.M.
venerdì 7 febbraio 2020
Accabadora di Michela Murgia
Accabadora
di Michela Murgia è un romanzo ambientato in un paesino della Sardegna
degli anni 50 e racconta i fatti di vita e le tradizioni popolari
avvolte nella magia delle superstizioni, in un alone di mistero che
riesce a coinvolgere il lettore.
Sinossi da Ed. Mondadori
"Acabar», in spagnolo, significa finire. E in sardo «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un'assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l'ultima madre.
Sinossi da Ed. Mondadori
"Acabar», in spagnolo, significa finire. E in sardo «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un'assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l'ultima madre.
Maria
e Tzia Bonaria vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il
valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto
Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha
pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano
a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso avrà molto da
insegnare a quella bambina cocciuta e sola come armarsi per le guerre
che l’aspettano, come imparare l’umiltà di accogliere sia la vita sia
la morte."
Maria, ultima nata in una famiglia povera, viene data in adozione dalla madre come fill'e anima a una donna anziana e sola. Maria con Tzia Bonaria Urrai cresce in un clima completamente diverso da quello che aveva a casa sua, riceve affetto e allo stesso tempo rispetto e rigore da parte della donna, che riesce a nascondere alla figlia adottiva ciò che faceva quando usciva di notte, lei era un'accabadora, una donna che sapeva tutto di vita e di morte, sapeva riconoscere una vita divenuta troppo sofferente e priva di dignità e aiutava il destino a compiersi.
Michela Murgia in questo romanzo, con un linguaggio molto curato che a volte diventa poetico, affronta il tema dell'eutanasia e racconta come nella Sardegna di quel tempo alcune attitudini o comportamenti erano socialmente accettati dalla comunità e le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l’alfabeto elementare di "quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell’analisi logica ...ci sono cose che si sanno e basta,e le prove sono solo conferma"....
Ma la scrittrice non vuole approfondire questo problema, si sofferma piuttosto sui doveri della madre verso la figlia e su quelli della figlia verso la madre perché "Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta... dalle guerre devi tornare, figlia mia".
E' un libro scorrevole, molto evocativo, che mi ha immersa nella Sardegna del dopoguerra, con le usanze e le superstizioni, piuttosto simili alle storie dei nostri paesi del sud, storie di fattucchiere e levatrici, raccontatemi da bambina accanto al camino.
Maria, ultima nata in una famiglia povera, viene data in adozione dalla madre come fill'e anima a una donna anziana e sola. Maria con Tzia Bonaria Urrai cresce in un clima completamente diverso da quello che aveva a casa sua, riceve affetto e allo stesso tempo rispetto e rigore da parte della donna, che riesce a nascondere alla figlia adottiva ciò che faceva quando usciva di notte, lei era un'accabadora, una donna che sapeva tutto di vita e di morte, sapeva riconoscere una vita divenuta troppo sofferente e priva di dignità e aiutava il destino a compiersi.
Michela Murgia in questo romanzo, con un linguaggio molto curato che a volte diventa poetico, affronta il tema dell'eutanasia e racconta come nella Sardegna di quel tempo alcune attitudini o comportamenti erano socialmente accettati dalla comunità e le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l’alfabeto elementare di "quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell’analisi logica ...ci sono cose che si sanno e basta,e le prove sono solo conferma"....
Ma la scrittrice non vuole approfondire questo problema, si sofferma piuttosto sui doveri della madre verso la figlia e su quelli della figlia verso la madre perché "Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta... dalle guerre devi tornare, figlia mia".
E' un libro scorrevole, molto evocativo, che mi ha immersa nella Sardegna del dopoguerra, con le usanze e le superstizioni, piuttosto simili alle storie dei nostri paesi del sud, storie di fattucchiere e levatrici, raccontatemi da bambina accanto al camino.
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