martedì 27 gennaio 2026

La donna abitata di Gioconda Belli

 04/04/2017 17:39

La donna abitata di Gioconda Belli

La donna abitata è un romanzo scritto da Gioconda Belli nel 1988 e pubblicato in Italia nel 1995

Il romanzo inizia con queste parole “All’albeggiare emersi”,(è Itzá che rinasce alla vita in un albero di arance) e narra di una donna, affermata professionista, che, inconsapevolmente, viene ‘abitata’ da un’altra donna, vissuta cinque secoli prima e uccisa dai Conquistadores spagnoli. La ribellione di Itzá, la guerrigliera, rinasce lentamente in Lavinia, la protagonista del romanzo,  e le apre gli occhi per farle scoprire l’orrore dell’oppressione del ’Grande generale’.

 Lavinia è una giovane donna nicaraguense, si considera una donna emancipata che ha studiato in Europa e lavora come architetto presso un prestigioso studio della città di Faguas, ha rotto con i rigidi e ipocriti schemi della società in cui vive ed abita da sola, pur non essendo sposata, con la sola compagnia dell'albero dell’arancio, che racchiude l’anima di Itzá.

Quando si rende conto che il suo ribellismo giovanile è solo il capriccio di una ragazza borghese e non porterà ad un vero cambiamento nella società autoritaria ed ingiusta in cui vive, prende la decisione di seguire il suo cuore e di entrare nelle file della guerriglia sandinista, osteggiata anche dal suo compagno Felipe (guerrigliero anch'esso), che non riesce a superare i suoi preconcetti piuttosto maschilisti.

 Ho trovato questo libro non facile e confesso che ho fatto fatica  ad esserne coinvolta soprattutto all’inizio, forse ho riscontrato qualche elemento di disturbo, le frequenti irruzioni della storia fantastica di Itzà e  le continue ripetizioni delle riflessioni della protagonista sui suoi dubbi, le sue paure…

Comunque, man mano, sono riuscita ad entrare in questa appassionante storia d’amore, di solidarietà e di morte che si anima tra la leggenda e la realtà. E ancora meglio,dopo aver letto il romanzo e l‘intervista di A.M. Torriglia a Gioconda Belli, posta in chiusura al libro, ho compreso cosa volesse esprimere l’autrice nell’incipit: “All’albeggiare emersi”

“La vita in sé non è un valore assoluto. C’è bisogno di una qualità della vita…La vita è un dono, ma allo stesso tempo è un caso, un azzardo. È dovuta ad una serie imprevedibile di coincidenze.. e io credo che, per il solo fatto di essere vivi, noi abbiamo una responsabilità.… È una responsabilità che cambia con il tempo.. Per me, ad esempio, in questo momento è la scrittura… Come scrittrice sento la necessità di generare e far crescere consapevolezza. Questo è il ruolo che assegno alla scrittura: quello di elaborare pensieri che permettano ad altri individui di capire meglio se stessi e quello che vogliono – un ruolo che è, se vogliamo, di responsabilità sociale.” così Gioconda Belli, nell’intervista citata, ci parla della sua visione della vita umana.

 “La donna abitata” porta inevitabilmente a riflettere su molti temi importanti, quali la giustizia, la libertà,la condizione femminile, la vita, la morte, l’amore  e porta alla riscoperta di come avvenne la conquista del Nuovo Mondo e  alla conoscenza delle vicende dei paesi del Sudamerica del secolo scorso, dove la feroce ingiustizia sociale faceva nascere i movimenti di rivolta armata.

Il romanzo si conclude con questa bellissima poesia.

Nessuno sarà padrone di questo corpo di laghi e vulcani
di questa mescolanza di razze,
di questa storia di lance;
di questo popolo amante del mais,
delle feste al chiaro di luna;
del popolo dei canti e dei tessuti di tutti i colori.
Né lei né io siamo morte senza un progetto, senza lasciare un’eredità.
Siamo tornate alla terra da dove ancora torneremo a vivere.
Popoleremo di frutti carnosi l’aria dei tempi nuovi.
Colibrì Yarince
Colibrì Felipe
danzeranno sulle nostre corolle
ci feconderanno eternamente.
Vivremo nel crepuscolo della gioia
nell’alba di tutti i giardini.
Presto vedremo il giorno colmo di felicità
le imbarcazioni dei conquistatori allontanarsi per sempre.
Saranno nostri l’oro e le piume
il cacao e il mango
l’essenza dei sacuanjioces.
Chi ama non muore mai.

Link per conoscere

L’autrice

Guerriglia sandinista

Guerriglia nahua

Conquistadores

 

 

Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome

 



  J. (il narratore), George e Harris, tre giovani londinesi stanchi della monotonia e dei loro malanni immaginari, decidono di fare una crociera sul Tamigi per rilassarsi.

 "J., Harris e George compongono un terzetto alquanto balzano. J. ha la fissa della malattia: le ha passate tutte (gli manca solo il ginocchio della lavandaia). Harris - a suo dire - fa tutto lui, ma tiene sempre in scacco gli altri con ordini e contrordini. George non farebbe che dormire, ma la pigrizia è un vizio che non lo riguarda. Ai tre amici si accompagna un cane, e anche lui ci mette la sua: Montmorency è un feroce fox-terrier certo di essere troppo buono per questo mondo. Tutti assieme fanno un viaggio in barca lungo le rive del Tamigi. Ne nasce una storia esilarante, costellata di piccole sventure e comiche avventure, con curiosi aneddoti di costume e ricordi di esperienze buffe, in una serie di gag sulle gioie e i dolori della vita sul fiume. "Tre uomini in barca", che negli anni ha conosciuto un successo di pubblico straordinario, è ormai unanimemente considerato un classico della comicità anglosassone, fatta di humour e nonsense, che all'ironica paradossalità delle vicende narrate sa unire realistiche descrizioni delle campagne inglesi e brevi note di filosofia spicciola."(dal Web)

 A me non è piaciuto molto, perchè l'ho trovato molto dispersivo per i troppi aneddoti raccontati che fanno perdere il filo e che non mi hanno divertito tanto. Fra i protagonisti il più simpatico è il fox terrier Montmorency. Umanizzato ironicamente da Jerome, è un animale con un proprio codice etico e  soffre di idiosincrasie nei confronti dei tre protagonisti.  I tre amici, invece, sono sempre impacciati e goffi nel compiere mille peripezie di fronte ad ogni difficoltà,  tanto che anche semplici oggetti diventano perversi nei loro confronti (aprire la scatola di ananas, preparare il pranzo o il te, montare la tenda ecc,).

Jerome  con un tono umoristico e uno stile vivace, fa uso di ironia e autoironia per raccontare le discussioni tra i compagni, le digressioni storiche e personali, le scene comiche e surreali che si susseguono lungo il percorso. Indubbiamente è un testo di facile lettura adatto anche ai ragazzi.

 Nel gruppo La Potenza dei libri  molti  commenti negativi. 

Tra i commenti positivi:

  • Bisogna considerare l'epoca storica in cui è stato scritto il libro, il 1889, il periodo della rivoluzione industriale. Il libro porta ad una riflessione sulle idiosincrasie della società ed esplora alcune tematiche come lo stress da lavoro meccanico, l’amicizia, il viaggio e il senso dell’umorismo e i desiderio di divertirsi nel tempo libero.
  • Il legame  di amicizia tra i tre amici: si insultano, si fanno scherzi e si sostengono durante un’avventuroso viaggio in barca. L’autore sembra quasi suggerire che quando ci sentiamo annoiati e preoccupati dalla realtà circostante, la miglior soluzione per ravvivare i nostri sensi è partire per un’avventura con qualcuno che conosciamo intimamente. 
  • Una lettura interessante anche per la menzione dei vari luoghi che i personaggi scoprono durante la loro escursione, fungendo il libro quasi come guida per un viaggio lungo il Tamigi. (Pare che l'autore all'inizio volesse farne una guida turistica)
  • Non mancano momenti di poesia e di malinconia, in cui si riflette sul senso della vita, sulla natura, sull'arte e sulla storia. 


]

giovedì 22 gennaio 2026

Vivian Bullwinkel

 


Fu colpita, giustiziata e lasciata per morta. E poi scelse di non morire.
Il 16 febbraio 1942, Vivian Bullwinkel era in piedi nell’acqua fino alla vita nel Mar Cinese Meridionale sull’isola di Bangka, appena al largo della costa di Sumatra. L’acqua era calda. Il cielo era luminoso. Dietro di lei, sulla sabbia, una mitragliatrice giapponese era stata montata e puntata.
Intorno a lei c’erano altre ventuno infermiere dell’esercito australiano.
Erano state fatte entrare in acqua insieme. Non fu data alcuna spiegazione. Non ce n’era bisogno. Sapevano cosa stava per succedere.
La mitragliatrice aprì il fuoco.
Vivian sentì il proiettile squarciarle il corpo appena sopra l’anca sinistra ed esplodere dall’altro lato. La forza la fece cadere in avanti tra le onde. Intorno a lei, donne con cui si era addestrata, aveva vissuto e si era presa cura vennero falciate dove si trovavano. I corpi cadevano in acqua. Il sangue si diffondeva sulla superficie. Il fuoco continuò più a lungo del necessario, abbastanza a lungo da essere certi che nessuno potesse essere sopravvissuto.
Vivian non si mosse.
Rimase a faccia in giù nell’acqua, costringendo il corpo a restare inerte mentre il sangue fuoriusciva dalla ferita al fianco. Ogni istinto le urlava di ansimare, di tossire, di gridare. Li resistette tutti. Sentì stivali sulla sabbia. Voci. Risate. Sentì la marea spostare leggermente il suo corpo più vicino alla riva.
Non si mosse.
Alla fine, i soldati se ne andarono.
Quando Vivian sollevò finalmente la testa, la spiaggia era silenziosa. Ventuno infermiere giacevano morte nell’acqua e sulla sabbia. Lei era l’unica ancora viva.
 
Solo pochi giorni prima, quelle donne stavano evacuando da Singapore mentre l’avanzata giapponese si avvicinava. Vivian e le altre infermiere erano a bordo della SS Vyner Brooke, stipata di soldati feriti, civili, donne e bambini. Quando gli aerei giapponesi attaccarono, la nave fu colpita ripetutamente. Le scialuppe si capovolsero. Le persone si gettarono in mare.
Le infermiere rimasero ai loro posti fino alla fine, caricando i feriti, calmando i terrorizzati, mantenendo l’ordine mentre la nave affondava sotto di loro.
Sopravvivere all’affondamento avrebbe dovuto essere la fine dell’incubo.
Era solo l’inizio.
Gruppi di sopravvissuti raggiunsero l’isola di Bangka esausti, feriti e disperati in cerca di soccorso. Quando le truppe giapponesi arrivarono il 16 febbraio, gli uomini furono separati e fatti marciare nella giungla. Lì sarebbero stati giustiziati. Alle infermiere fu ordinato di dirigersi verso l’acqua.
 
Dopo il massacro, Vivian strisciò fuori dal mare verso gli alberi, ferita e sola su un’isola controllata dal nemico. Ore dopo, trovò un altro sopravvissuto, un soldato britannico di nome Ernest Lloyd Kingsley. Anche lui era stato colpito e lasciato per morto durante la separata esecuzione degli uomini.
 
Per dodici giorni, si nascosero nella giungla.
Vivian usò la sua formazione da infermiera per tenerli in vita. Pulì le ferite senza alcuna fornitura. Cercò cibo. Bevvero acqua piovana raccolta nelle foglie. L’infezione prese piede. Kingsley si indebolì sempre di più. Vivian lo vide peggiorare, sapendo che non c’era più nulla che potesse fare.
Il dodicesimo giorno, morì.
Ora sola, ferita, affamata e braccata, Vivian prese una decisione che pochi potrebbero immaginare. Uscì dalla giungla e si arrese allo stesso esercito che aveva assassinato le sue colleghe.
Non disse nulla del massacro. 
 
Capì che se avesse detto la verità, sarebbe stata uccisa immediatamente. I giapponesi credevano che fosse semplicemente un’infermiera separata durante l’affondamento della nave. La mandarono in un campo di prigionia a Sumatra.
Per i successivi tre anni e mezzo, Vivian Bullwinkel sopportò la prigionia in condizioni progettate per spezzare gli esseri umani. La fame era costante. Le malattie si diffondevano nei campi. Le guardie erano brutali. La morte era routine.
 
Eppure, continuò a fare l’infermiera.
In silenzio e illegalmente, a grande rischio personale, curò i compagni di prigionia. Improvvisò bende con pezzi di stoffa. Condivise le sue razioni. Restò accanto ai morenti perché non fossero soli. Ten­ne in vita persone che non sarebbero sopravvissute senza cure.
Per tutto il tempo, portò con sé il segreto dell’isola di Bangka, sapendo che era l’unica cosa che la teneva in vita.
 
La liberazione arrivò nel settembre 1945. Quando le forze alleate giunsero, Vivian pesava meno di quaranta chili. Il suo corpo era danneggiato. La sua resistenza era quasi finita.
Solo allora parlò.
 
Vivian Bullwinkel divenne l’unica testimone del massacro dell’isola di Bangka. La sua testimonianza fu centrale nei processi per crimini di guerra di Tokyo. Descrisse l’esecuzione di personale medico disarmato. Identificò l’unità responsabile. Le sue parole garantirono che il crimine fosse documentato, riconosciuto e giudicato.
Diversi ufficiali giapponesi furono condannati ed eseguiti per crimini di guerra legati al massacro.
 
Dopo la guerra, Vivian tornò in Australia e riprese a fare l’infermiera. Divenne caposala di un ospedale. Lavorò con i veterani. Fece da mentore a infermiere più giovani. Parlò pubblicamente, non con rabbia o odio, ma con chiarezza e determinazione. Si rifiutò di permettere che le donne morte tra le onde venissero dimenticate.
 
Non lasciò mai che la vendetta definisse la sua vita. Distinse tra i crimini e le persone. Scelse il servizio invece dell’amarezza.
Vivian Bullwinkel morì nel 2000 all’età di ottantaquattro anni. A quel punto, aveva trascorso quasi sei decenni a onorare le ventuno infermiere che non erano sopravvissute raccontando la verità e continuando il lavoro che tutte avevano scelto.
 
Ventidue infermiere furono fatte entrare in mare quel giorno. Ventuno furono assassinate. Una sopravvisse abbastanza a lungo da testimoniare.
Vivian Bullwinkel fece più che vivere.
Ricordò. Testimoniò. Servì.
Così l’oscurità fu privata della sua vittoria finale.
(da SpigaMedia) 

mercoledì 14 gennaio 2026

FRANCESCO IL PRIMO ITALIANO di Aldo Cazzullo.

  FRANCESCO IL PRIMO ITALIANO - HarperCollins Italia di Aldo Cazzullo.

 È un libro dedicato alla figura di San Francesco, del quale nel 2026 ricorrono e si festeggeranno gli ottocento anni dalla morte. ci racconta la storia di un uomo, un frate, un santo che ha segnato profondamente la storia dell’Italia e ha contribuito a forgiare il «carattere» degli italiani.

E'un libro di facile lettura, molto interessante, che cura molto la parte storica e allo stesso tempo anche la leggenda.

Qui un'intervista all'autore: 

 https://messaggerosantantonio.it/content/francesco-litaliano-piu-grande-0 


sabato 27 dicembre 2025

Appetricchio di Fabienne Agliardi

 

Appetricchio” (Fazi, 2023), secondo romanzo di Fabienne Agliardi presentato al Premio Strega 2024, è il racconto di un ritorno alle origini verso la Petricchio di ognuno di noi, verso quel «posto immaginifico escluso dalle mappe e fuori dalle rotte» in cui «abbiamo disegnato i nostri momenti felici»

"Petricchio esiste nella misura in cui vogliamo farlo esistere. Come il posto delle nostre estati da criaturi, ovunque esso sia. Da qualche parte c'è una Petricchio per tutti. Petricchio è mare, montagna, lago, campagna. E' Narnia, Rokovoko, Hogwarts...."

Un posto per cuori d’altri tempi, con il pisciaturo sotto il letto e il mattone nel panno. Da raggiungere in fretta e con i palpiti, per riprendersi le certezze lasciate l’anno prima. Fino a percepirlo distante, immutato e immutabile, come un fastidioso e anziano parente da andare a trovare per dovere.( p.17)

“Appetricchio” è un romanzo corale  che racconta del ritorno della famiglia Bresciani a Petricchio  nel marzo del 2020 e parla dei ricordi delle vacanze trascorse nel paesino della Basilicata tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. 

Petricchio, un nome di fantasia diventato "Appetriccchio" a causa di raddoppio di consonante per evdenziare il moto a luogo, è un paesino di 25 abitanti, la metà dei quali sordomuti, che si chiamano quasi tutti Rocco, in onore del santo patrono.  Arroccato sul fianco di un pianoro non lontano dal mare e collegato al mondo «laffòra» da un ponte malfermo che dagli anni Sessanta nessuno aveva più osato attraversare, come i nostri paesi del sud, aveva obbligato molti dei suoi abitanti ad emigrare senza più fare ritorno nel paese d’origine.

Ogni estate e ogni inverno, la famiglia Bresciani,(la madre Rosa, il marito Guidodario, farmacista bresciano soprannominato «’O Scienziato», e i figli Mapi e Lupo), percorreva l’asse autostradale Brescia-Petricchio lasciandosi prendere dall’«appetricchiamento, una malia di avviluppamento», agli usi e ai costumi, ai gesti e alle parole, ai sapori e ai profumi di una comunità fatta di abitanti molto stravaganti, ognuno con una propria storia. 

La nonna Milù, che avrebbe voluto «sette maschi da far lavorare nei campi e invece s’era ritrovata con sette femmine a cui preparare la dote», Adelina, la misteriosa figlia di Rocco Poeta arrivata a Petricchio dall’Argentina, il Greco, che si era finto morto per sfuggire alla guerra, Marisella, con la sua casa traboccante di oggetti strampalati, e ancora Nonno Occhei, Rocco Ponte, gli zii Rocco Butteglia e Rocco Bidello, i cugini e le zie maritate.

La Fundana, «pensatoio a cielo aperto» e luogo  da cui si scorge in lontananza il mare, è il luogo di ritrovo dei pochi abitanti del paese.

Mapi e Lupo osservano le vite semplici degli abitanti di Petricchio che si stupiscono per l’arrivo del telefono, si riuniscono davanti al «TV color Brionvega» per guardare i Mondiali del 1982, cercano di replicare la ricetta del celebre bussolà bresciano e si ingegnano a organizzare una memorabile festa di San Rocco con ospite Fausto Leali.

I gemelli Bresciani trascorrono le loro vacanze d’infanzia in questo borgo fino all’estate della loro maturità, quando un evento inaspettato li allontanerà dal paese. Solo l’arrivo del Covid e dell’imminente lockdown porterà la famiglia Bresciani a riunirsi in questo luogo carico di ricordi, sospeso tra la montagna e il mare. 

La scrittrice utilizza una prosa dal lessico familiare con frequenti locuzioni dialettali appetricchiesi, rese  comprensibili ai «lettori dell’Altitalia e dell’Ininsvizzera» da un ampio glossario in appendice. Questo rende il racconto più intimo e ci porta a ritornare alle nostre radici e ai ricordi d'infanzia. Ognuno di noi rivede il proprio paese della Basilicata. Forse la scrittrice ha esagerato  con alcune note di arretratezza, negli anni 80/90 in tutte le abitazioni, anche al sud, c'era l'acqua in casa e il bagno.  Anche la tragedia avvenuta nell'ultima estate trascorsa dalla famiglia Bresciani ad Appetricchio appare inverosimile. 


 

 






martedì 9 dicembre 2025

Il Presepe

 


Il Presepe 

M'incanta ancora il presepe

la finzione e il mistero,

le casette di cartone,

il fiume di stagnola, 

il via vai dei pastori

e il prato col muschio,

 quello vero. 

La maestra e i bambini,

manualità e fantasia, 

per ogni mese una statuina:

gennaio col macellaio,

febbraio, col venditore di formaggio, 

marzo col pollivendolo,

 aprile con le uova,

 maggio con  gli sposi,

 giugno col panettiere,

 luglio coi pomodori , 

agosto con i colombi, 

settembre col seminatore,

 ottobre coll’uva e le botti,

 novembre con le caldarroste, 

dicembre col pescivendolo. 

RM ( © )

domenica 7 dicembre 2025

Gin Game

 Ieri sera a teatro

 Gim Game di Donald L. Coburn, con con Giuseppe Pampieri e Pamela Villoresi, regia di Giampiero Francese (lucano).

Weller Martin (Paolo Ferrari) e Fonzia Dorsey (Valeria Valeri), due pensionati che si ritrovano a vivere in una casa di riposo e a trovare in un mazzo di carte l'unica ragione di vita.

  Il duello dalle carte si sposta immediatamente sul piano della vita reale e, voltando una carta dopo l'altra, i due mettono sul tavolo anche le proprie miserie, Weller è rabbioso nel vedersi sempre battuto al gioco da Fonzia, che gli ripropone così alla mente i fallimenti della propria vita professionale; reagisce malamente, con bestemmie ed imprecazioni, con insulti.  Per vendicarsi rvela le falsità che Fonzia ha costruito su se stessa: la propria agiata condizione economica, in realtà è assistita dallo Stato; e l'inesistente affetto della famiglia: in realtà figlio e sorella ignorano totalmente la sua esistenza. 

Un classico scontro tra i due attori: Giuseppe Pambieri che porta magnificamente i suoi 80 anni e Pamela Villoresi che per avvicinarsi alla sua di età s’invecchia con una parrucca bianca. 

Il testo di questa opera nel 1978 si fregiò del Premio Pulitzer per la drammaturgia. Un testo da cui sono transitati Paolo Stoppa e Franca Valeri, Paolo Ferrari e Valeria Valeri, Massimo De Francovich e Valeria Moriconi.

Un argomento ancora attuale, adatto ad un'opera tragi-comica; in quasi mezzo secolo non è cambiato poi di molto la prospettiva umana ed esistenziale delle case di riposo.  I due contendenti soffrono la solitudine però appaiono  come soggetti vivi, pimpanti e combattivi, molto bravi. L'audio non sempre buono, scene un po' ripetitive, comunque mi è piaciuta.